II latte vi dà fastidio? Scoprite se siete intolleranti o altro

Scritto da Barbara il 09/07/2017 – 18:16 -

Già Ippocrate affermava che: “È male somministrare latte a coloro che hanno gli ipocondri gonfi e con borborigmi…”. Oggi sappiamo che un intestino in disordine può peggiorare la sua sintomatologia in seguito a assunzione di latte ma anche il contrario, e cioè che talvolta è il latte stesso a scatenare tutta una serie di sintomi. Si parla allora di intolleranza, ma non sempre questa diagnosi è corretta e può essere confusa con altre condizioni, ad esempio un’allergia. Inoltre, può trattarsi di una forma transitoria oppure di una forma cronica. Insomma, in tema di intolleranza al latte o, più correttamente, al lattosio, è certamente utile avere le idee più chiare vista la sua notevole frequenza nella popolazione.

Per definire i disturbi legati all’ingestione degli alimenti vengono tuttora usati molti termini e l’intolleranza al lattosio rientra nel gruppo delle intolleranze enzimatiche, dovute alla progressiva perdita di un enzima su base genetica. Un altro esempio di intolleranza dovuta alla carenza di un enzima è il favismo.  Il lattosio è un disaccaride, formato da una molecola di galattosio e una di glucosio, che rappresenta il 98%  degli zuccheri presenti nel latte, nei suoi derivati e nel siero. Per avere un’idea, la sua presenza nel latte intero è intorno al 5%. Una volta ingerito, il lattosio attraverso l’idrolisi a livello dell’intestino tenue viene scomposto nei due zuccheri semplici che così possono essere utilizzati dall’organismo. Perché ciò avvenga è necessaria la presenza di un enzima, chiamato lattasi, attivo in prossimità dei microvilli (il cosiddetto orletto a spazzola) che rivestono i villi intestinali del tenue. Di conseguenza, se per ragioni che possono essere croniche oppure temporanee, non vengono prodotte sufficienti quantità di lattasi, una parte del lattosio non viene idrolizzato e perciò precipita indigerito nell’intestino crasso. Qui viene fermentato dal microbiota, con la conseguente produzione di gas e di altri composti; in più essendo il lattosio osmoticamente attivo richiama acqua e sodio nel lume intestinale impedendo alle feci di diventare solide (si ricorda che normalmente nel colon avviene il contrario: l’acqua viene assorbita dalle pareti intestinali).

Più forme, stessa intolleranza
Sono tre le forme principali di intolleranza al lattosio, o ipolattasia.

1 La più rara, detta congenita, dovuta a mutazioni a carico del gene che codifica l’enzima lattasi, si manifesta con diarrea acquosa non appena il neonato viene allattato al seno (anche il latte materno contiene lattosio) o con alimenti contenenti latte. Disidratazione e ritardo nella crescita sono gli effetti più comuni, a causa del deficit delle sostanze nutritive. Chi soffre di questa forma, per la totale mancanza di lattasi è obbligato a evitare il lattosio per tutta la vita.

2 Esiste poi l’ipolattasia primaria che è la forma più comune. In Italia riguarderebbe il 40-50% degli adulti e si caratterizza per la non persistenza della lattasi durante la vita. Anche questa è una condizione geneticamente determinata che provoca un declino progressivo dell’attività enzimatica.

3 Infine si può essere intolleranti al lattosio solo per un periodo: si tratta dell’ipolattasia secondaria, o acquisita, causata da patologie che danneggiano la mucosa del digiuno (la sede della lattasi), con conseguente danno enzimatico. Patologie come l’infezione virale (dovuta ad esempio al Rotavirus, principale causa di enterite acuta del lattante e del bambino in età prescolare), la salmonellosi o una gastroenterite batterica possono essere già sufficienti. Oppure si può trattare di patologie intestinali croniche, come il morbo di Crohn. O, ancora, di trattamenti farmacologici molto spinti (antibiotici, chemioterapici) che causano alterazioni dei villi intestinali sino ad atrofia, con conseguente declino delle lattasi. La condizione di intolleranza al lattosio cessa naturalmente una volta che l’intestino guarisce, anche se i tempi di recupero possono essere lenti.

Non sempre è colpa del lattosio: le altre cause
Da quanto detto è intuibile che una caratteristica dell’intolleranza al lattosio sia quella di provocare sintomi legati all’apparato intestinale. I principali sono: gonfiore gastrico o addominale con sensazione di pienezza a causa della formazione di gas (la cosiddetta aria nella pancia con conseguente meteorismo), dolore addominale (crampi), diarrea. Ma può arrivare anche la nausea e un malessere generale (brividi, senso di mancamento) tipici di quando nell’intestino si verifica un episodio infiammatorio “esplosivo”, tanto per usare un eufemismo. Nella maggioranza dei casi i sintomi si manifestano in un periodo che va dai 30 minuti alle due ore dall’ingestione di latte e derivati.

Ma l’insorgenza della sintomatologia dipende anche dal tipo di pasto consumato, in quanto è legata alla velocità di svuotamento gastrico. In altre parole, più il lattosio arriva rapidamente a un intestino con bassa attività lattasica, più i sintomi saranno evidenti. Se il lattosio viene ingerito insieme a carboidrati semplici, che aumentano la velocità di svuotamento gastrico, i sintomi saranno più probabili o più intensi. Tipico il cappuccino zuccherato preso la mattina a digiuno. Al contrario se il lattosio viene ingerito durante un pasto insieme a cibi grassi, che riducono la velocità di svuotamento dello stomaco, la sintomatologia potrà essere ridotta o addirittura assente. Va anche detto che l’entità dei sintomi varia a seconda della quantità di lattosio ingerito (è dose-dipendente) e dalla soglia di tolleranza del soggetto.
In linea generale, i sintomi dell’intolleranza al lattosio sono talmente aspecifici da poter generare una falsa autodiagnosi di ipolattasia, mentre si è in presenza di un’allergia alimentare alle proteine del latte. Una condizione che, oltre alla reazione dell’apparato digestivo, presenta altre manifestazioni diffuse dovute al coinvolgimento del sistema immunitario, che più frequentemente coinvolgono anche altri organi come l’epidermide, e apparati, come quello respiratorio.  Non è raro il caso di persone convinte di essere intolleranti – ma in realtà allergiche – che si sottopongono al breath test (l’esame per individuare l’intolleranza al lattosio) risultando sorprendentemente (secondo loro) negative al test. Il rischio, da parte di questi soggetti, è quello di eliminare inutilmente il lattosio (che gli allergici alle proteine possono tranquillamente assumere) acquistando prodotti delattosati, continuando purtroppo a ingerire le proteine del latte e continuando a stare male senza capire perché.

La aspecificità  dei sintomi può anche fare confondere l’intolleranza al lattosio con diverse patologie che coinvolgono l’intestino, dalla sindrome del colon irritabile al morbo di Crohn o alla celiachia non diagnosticata. La caratteristica che però distingue i sintomi dell’intolleranza al lattosio è che questi si manifestano solo dopo aver consumato alimenti a base di latte o derivati. Di conseguenza, se chi sospetta un’intolleranza elimina le fonti alimentari di lattosio per qualche tempo, ma gonfiore e dolori addominali non spariscono, significa che il problema digestivo va ricercato altrove. Certamente, non è escluso che a una malattia infiammatoria si sovrapponga una ipolattasia secondaria. Ovviamente a tutti coloro che si trovano in questa sorta di limbo va assolutamente consigliato di rivolgersi a uno specialista che possa finalmente arrivare a diagnosi.


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